La tradizione plastica robbiana

La tradizione plastica robbiana

13:51 01 ottobre in Approfondimenti

robbia_greveIl monumentale gruppo scultoreo raffigurante il Compianto su Cristo morto che campeggia sull’altare dell’oratorio di San Francesco ha recuperato, dopo un recente e sapiente restauro, le raffinate cromie e l’armonia della composizione, che permettono di comporre l’intenso spirito drammatico del soggetto con la solennità delle forme tipica della migliore tradizione plastica fiorentina. Ciò perché questo rilevante manufatto, databile al secondo decennio del Cinquecento, si fa portavoce di una lunga e sperimentata cultura che trovò nel Rinascimento fiorentino applicazioni di grande qualità, ampiamente studiate da Giancarlo Gentilini, specialista in questo settore.

A Firenze la scultura in terracotta conobbe sin dall’inizio del Quattrocento una vera rinascita all’insegna del recupero delle esperienze artistiche classiche; in questo contesto, intorno al 1440, Luca della Robbia (1399/1440-1482) sviluppò con intelligenza tecnica e sapienza artistica le potenzialità dei rilievi fittili ricoprendone la superficie con uno smalto ceramico che conferì loro nuovi valori espressivi e anche una maggiore resistenza agli agenti atmosferici.
Proseguì la sua opera il nipote Andrea (1435-1525), che intensificando gli aspetti descrittivi e sentimentali delle composizioni, operò, su scala spesso monumentale una inedita sintesi fra valori plastici e pittorici portando il linguaggio robbiano a una eccezionale diffusione sul territorio. Dei cinque figli di Andrea che proseguirono l’attività nella bottega di via Guelfa, il più attivo e industrioso fu Giovanni (1469-1529), che sviluppò un’esuberante vena decorativa per arricchire le sue vivaci composizioni di gusto eclettico; più dotati e sensibili furono invece Luca il giovane (1475-1550) e Girolamo (1487-1560), che diffusero la produzione robbiana in Francia alla corte di Francesco I.
Gli altri figli, Marco (1468-1534) e Francesco (1477-1528), frati domenicani (fra Mattia e fra Ambrogio) nel convento savonaroliano di San Marco, declinarono lo stile di famiglia in spiccati caratteri devozionali che in seguito estesero anche nelle Marche. Talvolta le loro opere sono prive dell’invetriatura per privilegiare la policromia a freddo che, oltre a essere meno costosa, permetteva effetti di maggiore intensità espressiva, come risulta nel Compianto di Greve e nella Pietà di Terranova Bracciolini, attribuita a Marco, attivo anche a San Vivaldo intorno al 1510.
In concorrenza alla bottega dei Della Robbia, Benedetto Buglioni (1460-1520), un modesto scultore che, secondo Vasari, si era impossessato del «segreto» dell’invetriatura, sviluppò la propria produzione riproponendo in modo semplificato ed eclettico le tipologie robbiane; il nipote Santi (1494-1576) ne ereditò l’attività producendo grandi composizioni di sapore già manierista. Produssero occasionalmente opere invetriate anche altri importanti scultori fiorentini come Benedetto da Maiano, Andrea e Jacopo Sansovino, Giovan Francesco Rustici, oltre naturalmente a Baccio da Montelupo, nell’ambito del quale è stato di recente accostato il Compianto di Greve. La tradizionale tecnica robbiana fu ripresa a Firenze anche nel corso del secolo XVII, in particolare dallo scultore Antonio Novelli.

Lia Brunori Cianti

in, Museo d’arte sacra di San Francesco a Greve in Chianti. Guida alla visita del museo e alla scoperta del territorio. A cura di Caterina Caneva. Polistampa 2005