Enrico Hugford e la scagliola

Enrico Hugford e la scagliola

13:13 14 maggio in Approfondimenti

Sebbene l’arte della scagliola fosse fiorita in varie regioni italiane fin dai primi anni del XVII secolo, questo genere che, con materiali poveri, consentiva di imitare il prezioso commesso di pietre dure, toccò i suoi vertici grazie all’opera del monaco vallombrosano di origine inglese don Enrico Hugford.

Hugford, fratello del più celebre pittore e collezionista Ignazio, veniva così descritto dal Targioni Tozzetti dopo un incontro avvenuto a Vallombrosa nel 1761 “Egli rappresenta con tanta maestria, e con tanta verità sulle scagliuole le figure umane, e di animali, anche in copiose storie, e le vedute di edifizi, e di campagne, che i suoi quadri sono divenuti lo stupore non tanto della Toscana, quanto de’ più ragguardevoli forestieri, i quali ne fanno ricerca grandissima e ne hanno già trasportati gran numero nelle più colte province d’Europa”.
Ne aveva appreso la tecnica da don Salvatore Perrier nella badia di Santa Reparata a Marradi ove era entrato nel 1711 dopo aver preso i voti, divenedo ben presto così famoso da far sì che quattro sue scagliole venissero esposte nel 1737 alla mostra annuale di pittura organizzata dall’accademia del Disegno nel chiostro della Santissima Annunziata. Trasferito nel 1742 a Firenze, nel monastero vallombrosano di San Pancrazio come maestro dei novizi, ebbe modo di dedicarsi con ancora maggior profitto alla scagliola, cimentandosi in realizzazioni monumentali come il nuovo altare “con tutta mangnificenza di pietre leggiadramente intarsiate di formelle di scagliola” eretto nel 1749 nella badia di San Fedele a Poppi per conservare le spoglie del Beato Torello. Il successivo trasferimento a Vallombrosa nel 1753, nella quiete silvestre del Romitorio delle Celle, il cosidetto “Paradisino”, segnò l’inizio di un’alacre attività che portò alla realizzazione delle vedute, paesaggi, ritratti, storie dei santi e beati benedettini. Delle sue scagliole, due delle qualli donate nell’estate 1767 al granduca Pietro Leopoldo, un congruo numero è rimasto a Vallombrosa, nonostante la dispersione della maggior parte delle quarantanove che vi figuravano nel Settecento, accanto alle curiosità naturali raccolte amorevolmente anche con pitture e acquerelli.
Il nucleo di Vallombrosa si segnala per l’ineguagliabile lucentezza delle superfici, la ricchezza compositiva e la chiarità delle tinte con desunzioni dalla grafica di Anton Domenico Gabbiani e dalle vedute toscane dello Zocchi, ma anche da quelle del secolo precedente, di un Remigio Cantagallina, di un Ercole Bazzicaluva e di uno Stefano della Bella.
Si tratta in prevalenza di vedute spesso di un gusto un po’ naif, ma anche di vasi di fiori stilizzati, ripresi da prototipi fiamminghi, e richiamantisi a quelli più arcaici effigiati nei paliotti in scagliola che costituirono le prime realizzazioni in questo singolare genere artistico.

Alessandro Cecchi

in, Museo d’arte sacra dell’Abbazia di Vallombrosa. Guida alla visita del museo e alla scoperta del territorio. A cura di: Caterina Caneva. Polistampa 2007