E' evidente la ripresa di motivi michelangioleschi, filtrata attraverso Daniele da Volterra e Sebastiano dal Piombo che indicherebbe per l'ignoto artista un'esperienza romana.
La tavola rappresenta la più precoce e intelligente interpretazione del modello della Madonna di Ognissanti di Giotto. Essa è stata recentemente ricollocata nella Chiesa di San Francesco a Castelfiorentino dalla quale proveniva prima di essere esposta nel museo.
Questa magnifica iniziale "P", che apre la frase «puer natus est nobis», è resa quasi irriconoscibile dalla fitta decorazione che si sovrappone a tutto il corpo della lettera; al suo interno sono raffigurate la Natività e l’ Annuncio ai pastori. La scena è stata attribuita alla mano di Jacopo del Casentino, pittore e miniatore che per questo antifonario lavorò in collaborazione con un artista ancora non identificato, il cosiddetto maestro delle Effigi domenicane.
L'autore ha abbandonato la formula bizantina del Christus triumphans, tradizionalmente raffigurato con gli occhi aperti a significare il suo trionfo sulla morte, optando per la nuova iconografia del Christus patiens, che mira a presentare al fedele l’immagine di Gesù come uomo sofferente sulla croce. Senza accentuare il senso del dramma e della morte il pittore procede verso una resa anatomica naturalistica, appresa forse dai capolavori di Cimabue
L'opera è uno dei capolavori più noti e più importanti della Valdelsa fiorentina. Per motivi stilistici viene riferita a Cimabue, o a Duccio di Boninsegna. Una recente interpretazione vorrebbe che alla realizzazione del dipinto abbia partecipato anche il giovane Giotto, al tempo ancora allievo nella bottega di Cimabue. L’opera aveva forse in origine dimensioni un po’ più ampie ed ha subito vari restauri che hanno indebolito e reso estremamente delicato lo strato pittorico.
Il Maestro delle Effigi domenicane è un pittore ancora oggi ignoto, indicato solo per convenzione con questa denominazione allusiva a un dipinto con immagini di santi domenicani conservato a Firenze nella chiesa di Santa Maria Novella. Il suo stile è comunque riconducibile al gruppo di pittori fiorentini che si formarono probabilmente alla scuola di Giotto o dei suoi seguaci, come rivela la realizzazione del trono marmoreo, rivestito da un tessuto prezioso che fa da sfondo al gruppo sacro.
Il polittico, per la datazione precoce, riveste un interesse particolare, perchè rappresenta uno dei primi esempi di polittici di grandi dimensioni, piuttosto rari nella pittura fiorentina prima del 1335. Da notare la resa volumetrica dei corpi, la caratterizzazione individuale dei volti e la composizione del trono cuspidato della Vergine.
Le tre tavole facevano parte in origine di un polittico, come rivela la diversa direzione cui sono rivolti i santi, smembrato forse nel momento in cui il dipinto fu trasferito alla chiesa di San Prospero. Lo stile è raffinato ed impreziosito da eleganti sottigliezze gotiche, espresse nella linea sinuosa dei panneggi e nella resa minuziosa dei chiaroscuri.
Ben identificabile dalle due serpi che si allungano ai lati della figura, questo dipinto di santa Verdiana, protettrice di Castelfiorentino, è oggi considerato la più antica tavola esistente che la raffiguri. Purtroppo solo il volto, il copricapo e le mani sono originari, mentre il resto è frutto di ridipinture ottocentesche. In antico si riteneva che il dipinto fosse stato eseguito da Cimabue; in realtà l´artista fu probabilmente un maestro senese vicino al circolo di Duccio da Boninsegna.
La lavorazione raffinata del piede e del fusto di questo calice consente di apprezzare l’alto livello artistico raggiunto dalle botteghe orafe a partire dalla fine del Trecento. Il nodo è decorato con sei vetri di diverso colore che simulano pietre preziose incastonate, mentre la coppa in argento, con doratura all’interno, è stata sostituita nel corso dei secoli e presenta infatti una linea visibilmente più moderna.
Perduti gli smalti che arricchivano parte di questa pregiata croce in rame dorato, l'opera resta comunque un capolavoro d´arte toscana del primo Rinascimento: sono infatti lontane dagli schemi gotici le semplici forme delle figure del Crocifisso a tutto tondo e del San Jacopo a rilievo.
L´opera si presenta con una complessa minuzia ornamentale, dalle incisioni sulla superfice in rame dorato alla piccola scultura del Cristo, alla minuscola teca posta sul retro ove è raccolta la reliquia. L´artista che eseguì l´opera vi incise il proprio nome e la data, oltre a fare riferimento ad una "Clauductie abbatisse" che ne confermerebbe la provenienza dal monastero di Santa Maria della Marca.
Il dipinto è probabilmente la parte centrale di un polittico ed è un raffinato esempio della produzione di buon livello delle botteghe fiorentine attive a cavallo dei secoli XIV e XV.
Rossello è uno dei pittori più rappresentativi dello stile tardo gotico in Toscana.
Il dipinto mostra una sensibilità artistica che presenta una semplicità volumetrica dei corpi lontana dagli schemi gotici, che rimangono però nella resa raffinata dei tessuti e dei panneggi. L´opera è quasi certamente la parte centrale di un polittico. Sullo sfondo è rimasta solo la preparazione di colore rossastro sulla quale venivano fatte aderire le preziose foglie di lamina d'oro.
Stilisticamente le due figure si presentano insolite e composte di elementi eterogenei: la testa della Madonna è chiaramente di epoca e fattura diversa rispetto al resto del corpo e anche la mano destra è stata giudicata estranea all’insieme. Anche la figura del piccolo Gesù benedicente non sembra rivelare un´esecuzione unitaria.
Il dipinto è considerato unanimemente dalla critica uno dei capolavori di Francesco Granacci, che dopo la collaborazione con Michelangelo alla Cappella Sistina nel 1508, torna a Firenze seguendo l´esempio artistico di Fra' Bartolomeo. La Vergine è rappresentata al centro con il Bambino; ai lati i santi Sebastiano e Francesco. Tutta la scena suggerisce un profondo senso di calma e devozione, grazie anche al sapiente dosaggio del chiaroscuro.
L’iconografia della cosiddetta “Madonna del latte”, raffigurata appunto nell’atto di allattare Gesù, ebbe una particolare diffusione nel corso del XIV secolo.
In questo caso la naturalezza del gruppo è sottolineata dalla gestualità delle due figure. E' probabile che la tavola facesse parte di un insieme più grande ed ha subito consistenti ridipinture nel corso dei secoli.
Il dipinto rappresenta la Madonna seduta su un trono dall'impianto monumentale; alla sua destra S. Giovanni con i simboli iconografici della croce e del cartiglio su cui è iscritto (ECC)E AGNUS DEI. La tavola offre un magnifico esempio dell´arte fiorentina del Rinascimento: da notare l´assenza del fondo oro, sostituito ormai da un cielo azzurro, ed il senso di pacatezza che esprime l'intera opera.
Il paliotto in legno dipinto ha un fondo ornato col motivo del melograno, a imitazione dei più pregiati paliotti tessili. Al centro è raffigurata Santa Caterina D'Alessandria, identificata dalla palma del martirio e dalla ruota dentata, rappresentata due volte per motivi di resa simmetrica. La scelta della martire è in relazione con il nome della committente, Caterina Carboni, il cui stemma di famiglia è rappresentato lateralmente insieme a quello del marito, Bernardo Cambi.
Il dipinto raffigura la Vergine Maria che comunica ad Elisabetta l'annuncio ricevuto dall'arcangelo Gabriele. Assistono alla scena Santo Stefano, identificabile dalle pietre con cui fu lapidato, e San Jacopo, il cui bastone, la bisaccia e la conchiglia, simboli del pellegrino, vogliono rimandare al santuario di Compostela in cui il santo fu sepolto. Il matrimonio all´origine del dipinto fu quello tra Jacopo di Scipione dei Conti Alberti di Certaldo ed Elisabetta di Antonio di P.
Candelabri: nel repertorio decorativo, che avvolge morbidamente le superfici, si riconoscono gli elementi tipici del lessico grafico fogginiano.
Croce: l´opera appare estremamente raffinata nella decorazione, fatta di foglie, ghirlande ed altri elementi vegetali, che concorre ad incorniciare o ad affiancare le parti figurate dei quadrilobi laterali: San Lorenzo, l´Eterno benedicente, Santa Verdiana e Maria Maddalena; sul retro i simboli della Passione ed il tradizionale pellicano.
Il drappo di stoffa era solitamente utilizzato per coprire il leggio fino al suolo. Realizzato in elegante velluto verde su fondo avorio è caratterizzato da un motivo ornamentale detto “fiore di cardo”, assai comune sia nei tessuti per l’abbigliamento, sia per i paramenti sacri.
Il broccato a fondo rosso riporta alla forte tendenza di gusto che nel Settecento si volse al mondo orientale, facendo confluire su dipinti, tessuti o nelle varie arti, elementi ornamentali desunti da quei repertori lontani. Come il motivo detto a meandro che si svolge sulla base unita della stoffa come un nastro tortuoso, dal quale dipartono gruppi leggeri di fiori o piccoli cespugli, evocando nell’insieme l’effetto di un paesaggio stilizzato, ripetuto più volte sul tessuto.
Il cartiglio ricamato in basso al centro della pianeta fu cucito nel 1771 a memoria dei donatori che offrirono il paramento al santuario di Santa Verdiana: «Carlo di Franco Fagioli e suoi MDCCLXXI». Il tessuto è infatti stato identificato come un broccato tipico dell’arte tessile francese, databile tra la fine del Seicento e l’inizio del secolo successivo.