La composizione si snoda intorno all´asse della croce: al centro Cristo, affiancato dalla Vergine e da San Giovanni; nella cuspide è il volto Santo tra i profeti Isaia, che predice la venuta di Cristo, e Ezechiele, che ne riceve la visione della morte e resurrezione. Si notano le novità della pittura fiorentina all´inizio del ´400: la prospettiva del sarcofago, le corde ai bracci della croce, la solidità e luminosità delle figure riflettono appieno gli influssi di Masaccio.
Questo frammento, insieme a quello raffigurante San Giovanni Battista e San Pietro, proviene dalla cappella della Purificazione nella chiesa degli Agostiniani. Nascosti sotto lo scialbo eseguito in occasione dei rinnovamenti settecenteschi della chiesa, gli affreschi furono recuperati nel 1943 costituendo una testimonianza molto importante della pittura fiorentina tra XIV e XV secolo.
Il festone di frutti che funge da cornice all’immagine è una sorta di elemento distintivo della bottega dei Della Robbia: grazie alla duttilità della materia e alla sua particolare lavorazione, essi trasformano questo motivo decorativo desunto dall’arte classica in vivacissimi complementi di corredo alle immagini.
Le cronache locali narrano che durante la processione del Corpus Domini del 1518, un prestatore a usura ebreo, fu accusato di aver gettato immondizia sul tabernacolo del Santissimo. Al presunto colpevole fu imposto un pagamento di dieci fiorini in oro destinati all’edificazione di un tabernacolo pubblico raffigurante la Vergine.
Questa tavoletta dal formato allungato potrebbe essere parte di uno strumento musicale ad uso ecclesiastico, come dichiara anche il soggetto raffigurato, una danza d’angeli corredati da cartigli in cui si inscrivono i versi del salmo 150.
I due scomparti, riuniti a seguito di un restauro, dovevano fungere da sportelli di una pala d’altare o di un tabernacolo, come indicato dalla colonna centrale che serve a segnare lo spazio unificando al tempo stesso la scena. Il sacro evento, inquadrato da un’architettura alle cui spalle si apre un cielo chiarissimo, raffigura l’angelo e la Vergine con silhouettes sottili e allungate e volti incorniciati da folte capigliature.
Committenti di questa macchina d´altare furono Giovanfilippo Capacci e sua madre, che scelsero San Sebastiano, protettore delle malattie, per commemorare i parenti morti di peste. La fama dell´opera fu notevole soprattutto grazie allo straordinario connubio tra scultura, san Sebastiano e i due angeli sul coronamenti, e pittura, gli angeli con i donatori inginocchiati nei pannelli laterali e la predella con le storie del santo.
Parte, insieme ad altri elementi, di un unica predella, il dipinto componeva una grande macchina d´altare manomessa in occasione dell´ammodernamento della cappella d´origine per un diverso uso dei singoli elementi. In questo caso la scena molto vivace: attorno al personaggio principale si raccoglie una folla di soldati dalle divise colorate, elmi, spade e lance.
È lo scomparto centrale di un polittico realizzato per la cappella della Compagnia della Croce intitolata a sant’Elena. Ai lati della Crocifissione figuravano un tempo due pannelli raffiguranti i santi Agostino, Nicola, Andrea e Giuliano, oggi perduti. La tavola si distingue per le notevoli qualità tecniche degli ornati e della lavorazione del fondo oro.
Parte, insieme ad altri elementi, di un unica predella, il dipinto componeva una grande macchina d’altare manomessa in occasione dell’ammodernamento della cappella d’origine per un diverso uso dei singoli elementi.
Le tre tavolette erano il gradino dell´antico altare della cappella del Santissimo Crocifisso. L´iconografia richiama ad un fatto miracoloso accaduto nel 1399, quando i confratelli della Compagnia del Crocifisso, in pellegrinaggio in Val di Marina per chiedere grazia contro la peste, appoggiarono il Crocifisso a un tronco di mandorlo secco che fiorì. A sinistra, quindi, è raffigurata la processione dei confratelli; al centro il momento del miracolo; a destra il ritorno del Crocifisso.
In questa splendida tavola si notano subito le raffinatezze di esecuzione: la ricchezza della veste di santa Caterina e del Bambino, il delicato motivo ornamentale che profila i bordi dei manti, e la gamma cromatica graduata nella contrapposizione di toni caldi e freddi. Manca la cuspide centrale, mentre, nella predella, che presenta purtroppo numerose lacune, sono Cristo in Pietà tra la Vergine e San Giovanni evangelista, e quattro santi.
Il polittico, pressoché integro, manca unicamente della cuspide centrale, nella quale era forse effigiato un Padre Eterno benedicente. Nelle cuspidi sono l´angelo annunciante e la Vergine annunciata; nella predella le sante Caterina, Reparata, Barbara e Margherita circondano Cristo in Pietà. L’impianto della Madonna col Bambino centrale richiama noti esempi di Giotto, mentre i santi laterali, assorti e meno espressivi, riflettono i modi arcaizzanti di Andrea Orcagna.
La tavola centrale si presenta priva dell’originaria carpenteria e della cuspide, separata dai pannelli laterali a causa di un intervento effettuato in epoca imprecisata: mentre questi ultimi furono collocati nella raccolta museale, la Madonna rimase in collegiata fino al 1956, quando fu riunificato l´insieme. Il polittico è una variante eccentrica della cultura giottesca, caratterizzata da un marcato espressionismo e da una sostenuta vivacità coloristica.
La piccola anconetta reca nella cuspide una Crocifissione mentre nella tavola centrale la Madonna, adorata da un corteggio di angeli, allatta il bimbo che stringe tra le mani un uccellino. Il dipinto è attribuibile ad Ambrogio di Baldese, pittore stilisticamente vicino, in una prima fase, ai modi di Niccolò Gerini per poi accostarsi successivamente agli esiti più moderni dell’arte di Lorenzo Monaco.
Parte, insieme ad altri elementi, di un unica predella, il dipinto componeva una grande macchina d’altare manomessa in occasione dell’ammodernamento della cappella d’origine per un diverso uso dei singoli elementi.
Questa tavola rappresenta la parte centrale di un polittico smembrato. Benché compromessa dalle manomissioni e dai danni subiti nel corso del tempo, l’opera mostra una notevole perizia esecutiva nella variata eleganza delle decorazioni dei tessuti e nella lavorazione degli ori.
I pannelli hanno avuto una diversa vicenda collezionistica che li ha portati in tempi diversi nella raccolta empolese. Non vi sono notizie certe circa l´appartenenza dei due sportelli alla tavola centrale: tale composizione è frutto di un allestimento del 1956. Il pannello centrale è attribuito a Lorenzo Monaco, quelli laterali alla sua bottega; le figure di Mosè e di un profeta nei pinnacoli, è stata ricondotta a Paolo Schiavo, formatosi nella cerchia del frate.
La Madonna col Bambino al centro del dipinto appare come un’icona fra i santi che la circondano: accomodata su un cuscino raffinatamente decorato in luogo del trono, appare come Madonna dell’Umiltà, un tema di origine senese che accentua il tono devozionale e domestico dell’immagine sacra. Accanto a lei san Donnino, titolare della chiesa di provenienza, san Giovanni Battista, san Pietro e sant’Antonio Abate, identificati dall’iscrizione che scorre alla base.
Il polittico, mancante del laterale sinistro, raffigura la Madonna seduta su un monumentale trono riccamente decorato, adorata dal committente inginocchiato in basso a destra, identificato con Simone di Guiduccio da Spicchio, che commissionò l’opera per la cappella di San Leonardo nella collegiata. Nel dipinto spiccano la ricercatezza e luminosità dei colori, l´accuratezza nella realizzazione delle decorazioni in oro ed un consapevole senso spaziale e prospettico.
La tavoletta donata da Carlo Romagnoli è uno dei capolavori della raccolta empolese. Da notare la profondità della scena sottolineata dalla gradinata che culmina con il trono della Vergine e i due angeli inginocchiati in primo piano. Al di sotto della seicentesca cornice attuale, si intravedono i segni dell´originaria struttura ad archetti che doveva racciudere la pittura e che fu asportata determinando il taglio della parte superiore.
La scultura evoca immediatamente uno dei più celebri capolavori del Rinascimento: la Maddalena di Donatello. L’opera, attribuita a Neri di Bicci coadiuvato nel lavoro d´intaglio da don Romualdo di Candeli, si caratterizza per la figura rigida e rinsecchita e per i tratti somatici affilati e pungenti, sottolineati dalle rughe accennate a pennello.
Il rilievo si presenta incluso in un fondo di lavagna. È stato scontornato in epoca imprecisata, forse per ovviare al danneggiamento del fondo neutro: un segno di questa manomissione è la mancanza dell’aureola del Bambino e il taglio irregolare agli angoli in basso. Nel trattamento delle superfici, modulate nel passaggio dallo stiacciato al tutto tondo, è evidente la formazione sulla cultura donatelliana arricchita dallo studio dell´artista sulla statuaria antica.
Il restauro del 1935 ha ripulito la statua da uno strato di colore bianco, ad imitazione del marmo, consentendo di recuperare pienamente la raffinatissima policromia della veste e del volto. L’impianto della figura è concepito per una veduta frontale ma la posizione dei piedi e delle braccia le donano un movimento gentile. Di particolare raffinatezza esecutiva è il volto, dal delicato incarnato appena soffuso di rossore sulle guance.
Attribuita a Jacopo del Sellaio, questa piccola tavola è certamente un dipinto di devozione privata, sia per le dimensioni che per il soggetto: la Madonna è raccolta in preghiera davanti al Bambino, in una dimensione molto intima. Questa iconografia riscuoterà, dalla seconda metà del secolo XV in poi, un notevole successo nella pittura fiorentina.
La composizione espone con estrema chiarezza e semplicità il momento dell’incontro tra il Risorto e San Tommaso. A rendere ancor più concentrata l’atmosfera è la mancanza di dettagli d’ambiente e la scelta di un fondo scuro. L´uso della luce evidenzia le qualità della superficie, la consistenza delle stoffe e la realisticità delle carni. Nei due personaggi che chiudono il gruppo con lo sguardo volto allo spettatore sono da riconoscersi i ritratti dei committenti.
La nicchia centrale presenta un vano in cui doveva trovar posto il "Tabernacolo del sacramento", rimosso nel 1623 in vista dell´ammodernamento dell´altare maggiore. Ai lati sono effigiati sant´Andrea e san Giovanni Battista; nella predella a sinistra il martirio di sant´Andrea, a destra quello del Battista, mentre al centro la scena tripartita mostra l´Ultima Cena tra la Cattura e l´Orazione nell´orto. Oltre ai dipinti, anche la carpenteria è d