La tavola fu fatta dipingere dal notaio Antonio de’ Toffi (come riporta l’iscrizione, mutila). Il dipinto, con figure allungate e sintetiche, e colori raffinati e vivaci, costituisce probabilmente un’opera tarda dell’artista, allievo di Niccolò Gerini.
Il rilievo fu realizzato da Niccolò e dal figlio Sano (che lavorarono anche al completamento del campanile del Duomo) per un pulpito esterno della Cattedrale di Prato, destinato all’ostensione della reliquia della Sacra Cintola.
Realizzato per la chiesa di San Bartolomeo di Prato da uno dei più abili argentieri granducali, l’originalissimo manufatto ha struttura formata da simboli eucaristici (il nodo è un grappolo d’uva, la base è ornata da spighe).
Classici manufatti di eleganti forme gotiche, con base esalobata e nodo arricchito da raffinati bottoni con smalti, e incisioni.
Realizzata come prezioso scrigno per la reliquia mariana (che vi fu conservata fino al Seicento), rielabora il motivo donatelliano della danza di putti entro un tempietto.
La struttura, della quale si è conservato il solo lato orientale, è l’unico esempio residuo in area fiorentina di chiostri romanici a incrostazione marmorea.
Nel dipinto sepolcrale (eseguito su uno dei pilastri delle “Volte” della Cattedrale) è simulato un doppio porticato, dietro il quale emergono le possenti figure della Vergine e San Giovanni, di fianco al Cristo morto.
Dal monastero di San Vincenzo proviene il Crocifisso dipinto (anche sul retro) su tavola sagomata (a imitazione di un Crocifisso scolpito), secondo un uso trecentesco poi diffuso da Lorenzo Monaco
Simile al precedente, ma di maggior espressività, il rilievo costituiva forse il parapetto di un secondo pulpito, interno alla chiesa, o il dossale di un altare.
La pala, probabilmente il capolavoro pratese del Lippi, fu commissionata all’artista per un altare della Pieve (poi Cattedrale) dal proposto Geminiano Inghirami.
La piccola figura del Bambino, che sostiene la corona di spine e i chiodi, si ispira a quella di Desiderio da Settignano in San Lorenzo a Firenze; se ne differenzia però per un accentuato realismo.
Il dipinto proviene dalla cappella Vinaccesi in Cattedrale (la prima cappella da destra nel transetto), e fu staccato nel 1872 da Alessandro Franchi prima di eseguire la nuova decorazione dell’ambiente.
La pala fu commissionata per la cappella dell’Assunta in Cattedrale dalla congrega detta degli Angeli Custodi, formata da cento sacerdoti, ed eseguita tra il 1670 e il ‘75 (l’opera è firmata e datata 1675).
L’anconetta presenta una raffinata composizione, equilibrata e sintetica, con figure morbidamente tornite dal fuso chiaroscuro. Accostata al Maestro di San Lucchese, mostra richiami a Maso di Banco e alle opere migliori di Iacopo di Cione.
La pala fu dipinta dal Maestro della Natività di Castello, oggi identificato con Piero di Lorenzo, collaboratore del Lippi.
Giroldo, operante a lungo in Toscana (Volterra, Massa Marittima e San Miniato), firma e data l’eccezionale scultura con figure vigorose e ben caratterizzate, che unisce a elementi di tradizione bizantina (il trono a lira della Vergine).
Opera colta e raffinata con richiami al Pontormo e a Andrea del Sarto, dipinta probabilmente per il Palazzo della Propositura (attuale Palazzo Vescovile). Un’altra versione del dipinto è nel City Museum di Birmingham.
Di notevole qualità, l’ostensorio ha raggiera sorretta da un raffinato puttino a tutto tondo. Venne commissionato intorno al 1710 dai Conti Bardi di Vernio per la chiesa di San Quirico all’Holzmann.
Parte di un raffinato parato da pontificale (nel museo sono esposti anche Piviale e Pianeta) donato alla Cattedrale intorno al 1590 dal proposto, il cardinale Alessandro de’Medici - poi papa Leone XI-.
Il parapetto, formato da sette rilievi principali (e quattro minori, con elementi architettonici), ripropone le forme di un tempietto circolare retto da pilastrini binati.
Il raffinato reliquiario, a tempietto sorretto da contrafforti a voluta e concluso da cupoletta a scaglie, fu realizzato per la Cattedrale dall’Opera della Cintola.
Il busto, col bel volto giovanile della santa, di raffinate forme neoclassiche, ha base in metallo dorato; fu realizzato per la Cattedrale dopo che il precedente reliquiario era stato consegnato al governo granducale, e fuso, nel 1799.
Di notevole qualità, il busto proviene dalla chiesa pratese di San Lorenzo a Pizzidimonte (dove era stato rimontato nella lunetta esterna del portale).
Le grandi figure sono alleggerite dal raffinato cromatismo e dall’elegante ritmo gotico delle vesti e delle pose, e mostrano richiami a Iacopo di Cione (probabile maestro del Toscani) e a Niccolò Gerini.
Il dipinto, firmato e datato, fu eseguito per la cappella Inghirami in Cattedrale. La tela costituisce il capolavoro della pittura sacra del pittore fiammingo, per il misticismo sofferto della sintetica composizione.
L’opera fu dipinta per un altare minore della Pieve di Santo Stefano (Duomo) da un artista di cultura complessa, formatosi forse nella bottega di Filippo Lippi ma influenzato anche dal Ghirlandaio e dal Botticini.
L’opera, che fu dipinta per la cappella dei Cai a Prato, e mostra la tipica, eccezionale abilità disegnativa dell’artista, allievo del Mussini a Siena ed è tra le opere più personali e sentite del pittore.
L’originale composizione orna un graduale realizzato per la Cattedrale, ricco di miniature figurate di grafica eleganza che, accostano finezze cromatiche evanescenti, vicine al Gaddi, a un effetto plastico e a una fluenza lineare già ghibertiani.