La tavola è stata resecata ai lati a seguito degli adattamenti effettuati nel corso dei secoli. La Vergine è circondata da angeli che sostengono la mandorla che la ospita, simbolo della gloria celeste. In basso sono a sinistra san Giovanni Gualberto, a destra san Benedetto nell´atto di presentare il donatore in orazione. Al centro un elegante sarcofago colmo di gigli e rose, simboli della purezza di Maria.
Croce in rame dorato che mostra sul recto il cristo e alle estremità quattro medaglioni raffiguranti il Pellicano (simbolo del sacrificio di Cristo), la Vergine, San Giovanni e il Golgota con il teschio di Adamo. Nel vesro sono gli Evangelisti in vesti zoomorfe e al centro San Giovanni Battista, intestatario della Pieve di Vicchio da cui la croce proviene.
Il fonte ha una struttura esagonale, con i sei pannelli, separati da pilastrini angolari, raffiguranti episodi della vita di San Giovanni Battista. La superficie è interamente invetriata, con aggiunta di dorature e tocchi di cobalto e manganese.
I caratteri eterogenei di questo dipinto lo rendono molto affascinante: elementi tardogotici e calligrafici si mischiano ad influssi stilistici spagnoli e portoghesi e a timidi accenni di una visione rinascimentale.
Purtroppo l'affresco, unica parte superstite dell´intero tabernacolo, presenta molte lacune, che non impediscono tuttavia di riconoscere la Madonna del latte tra due angeli in adorazione ed i santi Pietro e Paolo. Sulle pareti laterali le fonti indicano le raffigurazioni di San Girolamo e San Michele, santo titolare della chiesa vicina al tabernacolo.
La raffinata tavola, cosiddetta "Pala di Pimonte", raffigura, intorno alla definita struttura architettonica del trono della Madonna, S. Reparata e S. Giovanni Battista, protettori della città di Firenze; a sinistra S. Bartolomeo (forse protettore del committente) e Antonio Abate, venerato nelle campagne mugellane. Ai piedi del trono sono S. Domenico e S. Caterina da Siena, stilisticamente e iconograficamente dissonanti dal resto del dipinto, probabili aggiunte successive a Neri di Bicci.
Il piccolo dipinto, proveniente dalla pieve di Fagna, presso Scarperia, presenta alcuni caratteri da ricondurre alla pittura di Filippo Lippi. Può essere datato tra gli anni Sessanta e Settanta del Quattriocento, periodo in cui la pieve stessa era patrocinata dalla famiglia Machiavelli.
Il dipinto è la parte centrale di un polittico, in seguito smembrato e poi disperso, composto dalle raffigurazioni di San cresci, San Lorenzo e altri santi non specificati dalle fonti di archivio. Le figure sono allungate e sottili, i toni e i colori delicatissimi, tanto da far definire questa pittura "tutta latte e rose".
La composizione è scandita e tradizionale, anche se l´esecuzione pittorica mostra un´elevata qualità e originalità: la definizione del trono e delle figure è nitida, i personaggi sono fortemente caratterizzati nelle fisionomie, i particolari sono analiticamente definiti.
La composizione è sviluppata sull´intreccio di sguardi e di pose che collegano le quattro figure tra loro in un muto e affettuoso dialogo di sguardi. La Vergine e Santa Elisabetta vegliano sui due bambini che sembrano contendersi la semplice crocellina fatta di canne intrecciate e simbolicamente li unisce nel destino del martirio.
Il gruppo fittile proviene da un tabernacolo posto sulla facciata di casa Lapucci a Vicchio. I resti dell´originaria policromia si intravedono sul mantello della Vergine, la cui iconografia e quella della Madonna "Galattofera", resa nell´atto di allattare affettuosamente Gesù Bambino.
Unico frammento residuo di un perduto polittico, di cui doveva costituire il laterale di principale importanza, rappresentando il santo titolare della chiesa. L´alta qualità del dipinto si evidenzia nella solida impostazione della figura, austera e rassicurante, e nella soffusa delicatezza della materia pittorica.
Il Battista indossa la caratteristica tunica in vello di capra. Il taglio diagonale sul lato destro indicano che il frammento doveva far parte di un insieme più complesso, come una pala d'altare in terracotta invetriata, tipologia in cui la bottega robbiana si era ampiamente specializzata.
Il dipinto, trafugato dalla chiesa di Santa Maria a Olmi e successivamente recuperato, rappresenta tradizionalmente il santo martirizzato che si erge con una figura atletica ed eroica sullo sfondo di un paesaggio animato da monumenti archeologici ispirati all´antica Roma.
La pala, che raffigurava originariamente l´incoronazione della Vergine e i santi Andrea e Lorenzo, venne rubata nel 1993 e scomposta per renderne più facile la vendita è più complicato il riconoscimento. Questi tre frammenti vennero recuperati qualche anno più tardi, ed esposti al museo di Vicchio.
Posto in origine alla finestra della zona absidale della pieve di Faltona, questo piccolo capolavoro di arte vetraria della metà del ´400 è stato di recente assegnato all´ambito di Andrea del Castagno per la raffinatezza e la qualità dell´esecuzione.
Questo piccolo ciclo di affreschi staccati proviene da un tabernacolo a forma di cappella posto al centro di un incrocio viario. Al centro è la Madonna in trono col Bambino, sulla volta compare Dio Padre benedicente e sulle pareti laterali due coppie di Santi: San Jacopo e Sant´Antonio a destra, un Santo vescovo e un giovane santo non identificato a sinistra.