Il Bambino veste una tunica rossa bordata di pizzi dorati, stretta in vita da una corda dorata; porta sul capo una corona argentata. Il braccio destro è alzato in atto benedicente, mentre la sinistra doveva reggere qualcosa, forse una croce.
Il codice è uno dei più antichi e preziosi fra quelli conservati nell´Archivio dell´Abbazia di Vallombrosa. La decorazione ricca di figurine dai lineamenti aguzzi e fortemente espressive e di fregiature animate da figure fantastiche e mostruose, è da assegnare alla scuola aretina sulla base di confronti con esemplari sicuramente prodotti dallo "scriptorium" aretino del Duecento.
Il libro fu donato nel 1752 a don Lotario Bucetti da una delle monache benedettine della chiesa di San Pier Maggiore distrutta alla fine del Settecento. La ricca decorazione presenta capilettera rossi e azzurri, gruppi di lettere in inchiostro bruno acquarellate in giallorino, losanghe, fluorescenze, teste di animali, figurine umane, lettere filigranate, con decorazioni vegetali, figurate e istoriate.
Prodotto di uso corrente, con spessa smaltatura, decorato con lo stemma vallombrosano inserito in una cornice manieristica, affine a quelle intagliate nei baldoni, negli stalli dei cori, nei mobili d´epoca o dipinte nei vasi faentini di fine Cinquecento.
Ai lati sono le figure in argento dei santi Giovanni Gualberto e Umiltà, in alto la Trinità col Cristo morto. Nel cartiglio al centro l´iscrizione: ECCLESIAE SS. TRIN[ITATIS]/ FLORENTIAE. E´ prodotto tardo-barocco, insieme ad altre due di minori dimensioni, ripresa di prototipi a stampa della prima metà del secolo.
L'argento descrive un ricamo finissimo che ai lati delle ampolle diventa motivo cuoriforme dal quale scaturiscono decori fogliacei. La decorazione è arricchita dall´uso di piccole perle.
Il dipinto che occupa il posto d'onore all'interno del museo è ritornato da poco in quella che era la sua sede originale dopo esserne stato allontanato nel 1871 per essere restaurato a Firenze. L´opera fu commissionata da don Biagio Milanesi, abate e generale dell´ordine vallombrosano. La scena completa presenta al centro la Vergine col Bambino, da sn. san Biagio, san Giovanni Gualberto, san Benedetto, sant´Antonio Abate.
La statuetta, riccamente abbigliata con vesti ricamate con filo dorato e recante una corona e un´aureola in metallo dorato, è opera di arte popolare napoletana donata per sua devozione all´abbazia dalla nobildonna Maria Immacolata d´Avalos.
La piccola tavola proviene dalla distrutta chiesa di San Pier Maggiore a Firenze e fu ricevuta in dono o acquistata da don Lotario Buccetti, confessore delle monache benedettine di quel convento. Quando questi divenne abate di Vallombrosa portò con sè l´opera nel monastero. Nello stesso periodo numerosi altri oggetti d´arte arricchirono il nascente museo.
Prima che il reliquiario fosse stabilmente inserito nel museo, la mantellina serviva per proteggere il prezioso oggetto. I ricami sono stati trasferiti su un tessuto più recente da uno analogo manufatto, evidentemente ormai logoro.
Il ricamo presenta un motivo molto diffuso nel periodo barocco che si esprime in ampie volute dorate dalle quali nascono infiorescenze di accesa policromia. La scelta dei fiori segue una precisa simbologia allusiva all´umanità, alla Grazia Salvifica e alla Passione e Risurrezione di Cristo.
Il parato comprende anche stola, manipolo e busta qui non visibili. Il disegno presenta il classico motivo a rete di maglie con due tipi di fiori di cardo.
Il reliquiario, contenente, secondo l´iscrizione, un frammento di chiodo della Croce, era celato all´interno del reliquiario della Santa Croce e vari santi. Fu donato dal re di Francia Luigi IX all´abate di Vallombrosa Benigno, in cambio dell´invio della sacra reliquia di una mano di San Giovanni Gualberto, tra il 1226 e il 1233.
Il monumentale pezzo di oreficeria è composto da un´urna cilindrica di vetro con l´avambraccio del santo fondatore, racchiusa da una struttura a forma di tempietto sormontato da una statuetta di san Giovanni Gualberto. In luogo del globo con la croce che vi figurava originariamente, presenta sei scenette con episodi della vita del santo in buona parte perdute a causa dell´uso che se ne faceva nelle pratiche di esorcismo e di culto popolare.
L´importanza del reliquiario, più che alla sua manifattura, invero del tipo più ricorrente ed ordinario fra Sette e Ottocento, seppur in metallo prezioso come l´argento, con teche e vetrine per le varie reliquie incastonate tra racemi vegetali, nuvole e teste di cherubino, si deve all´aver ospitato il trecentesco reliquiario a forma di chiodo.
Il codice, come risulta dall´iscrizione latina che compare a carta 108 verso, fu scritto dal presbitero ser Andrea, cappellanno del monastero benedettino distrutto nel Settecento. La provenienza da quel complesso monastico di cui padre Lotario Bucetti era padre confessore delle monache benedettine, induce a ritenere che possa trattarsi di un dono o di un acquisto da parte del religioso, fondatore di un museo personale all´interno dell'abbazia.
Il dipinto fu acquistato dall´abate benemerito don Lotario Bucetti, e da questi donato nel 1799 all´abbazia. La tela raffigura Giovanni Gualberto con la mano destra con la croce levata al cielo e la sinistra appoggiata sul bastone a tau, secondo l´iconografia tradizionale.
Lo stemma riporta il simbolo della verga dorata, chiusa da due teste leonine alle due estremità, su campo bianco; era simbolo di potestà correttiva, fu universale insegna degli Abbati dell´Occidente sebbene in Oriente ogni monaco lo portasse. Come simbolo di autorità sulla comunità monastica, la gruccia restò, lungo i secoli, prerogativa dell´Abbate di Vallombrosa.
Il disegno si compone di un tronco sinuoso attraversato da un torciglione con ghiande, che confluisce in una foglia lobata contenente una melagrana e al quale s´intreccia un secondo ramo più sottile, culminante in una melagrana cimata da fiordalisi e contornata da foglie d´acanto. I ricami, stilisticamente vicini alla pittura fiorentina coeva, presentano caratteristiche proprie dei laboratori di area italiana, spagnola e fiamminga fra XV e XVI secolo.