La pianeta, sobria ed elegante, è decorata dai tre simboli eucaristici che appaiono nella fascia verticale centrale, alternati a teste di cherubini con sei ali incrociate nei bordi ampiamente stilizzati.
L’opera, la più celebre della raccolta, rappresenta i nuovi canoni dell’arte rinascimentale. La Vergine, seduta in una semplice nicchia con volta a botte e abside a forma di conchiglia, simbolo di resurrezione, ha lo sguardo assorto, quasi distaccato dal Bambino, che è reso in un atteggiamento di naturalezza infantile, avvolto nelle tipiche fasce usate comunemente per i neonati. La grande semplicità compositiva e la quotidianità dell´immagine non ne alterano la sacralità.
Minuto maprezioso, questo esemplare riesce a comprendere su una piccola superfice una ricca decorazione a sbalzo. Al centro è una Pietà contrassegnata da una forte componente drammatica, secondo l’iconografia nordica della Vesperbild. La scena è contenuta in una cornice chiusa in alto da una testa di angelo, a sua volta sormontata da una croce.
Un’iscrizione sul retro della tela illustra i committenti, il donatore, la destinazione, l’anno e l’autore: GIO. BATTA ARIANI E GAETANO PRIORE SUO FIGLIO DONARONO A QUESTA CHIESA SOTTO IL TITOLO DI S. MARIA ALLA TORRE LA PRESENTE TAVOLA DEL PITTORE SAGRESTANI NELL´ANNO 1802 IN CUI PRESE POSSESSO IN QUALITA´ DI RETTORE DELLA SOPRA IL SOPRANNOMINATO GAETANO ARIANI. In realtà il dipinto è attribuibile Niccolò Bambini. Le tonalità chiare e cangianti trasmettono luminosità alla scena.
La particolarità è racchiusa nel materiale usato, il rame argentato della croce accostato al bronzo dorato del Cristo, e nelle figure delle formelle all´estremità: ai lati non compaiono i dolenti ma San Lorenzo e San Leonardo, mentre la Madonna è posta alla sommità ed in basso sitrova Sant´Agnese. Sul retro al centro è il Cristo benedicente, in alto l´agnello mistico, in basso San Luca, mentre ai lati sono San Paolo e un altro santo evangelista.
Lo stemma con le iniziali S.M.O., è stato riconosciuto come quello della Confraternita di Santa Maria d’Orsanmichele, che si presume avesse sede nella chiesa di San Michele a Mogliano, da cui provengono questi arredi utilizzati durante la celebrazione della messa. L´alto livello qualitativo di essi si riassume nei due angeli dorati ai lati dello schienale della poltrona e nelle teste dei cherubini che sporgono a tutto tondo dalla struttura dei tre sgabelli.
Questo calice in argento parzialmente dorato, reca sia il punzone con le iniziali dell´artista che lo ha prodotto, Luigi Salvadori, sia un´iscrizione sotto la base con la dedica del committente:CAIETANUS MARMORARIUS AEDIR S.P. DONO IN MERCATO A.D. 1793.
Le iscrizioni e i punzoni presenti permettono di definire l’autore, il committente e l’anno di creazione: sotto la base si legge: R.D. SILVANUS MARIANI ANNO 1742, mentre sui tre punzoni sotto la base sono le iniziali dell´autore, Cosimo Mari, il simbolo della sua bottega, un´ape, e quello della città di Firenze.
Nei tondi del calice a sinistra sono andati perduti gli smalti originali, e vi resta solo uno stemma più recente con tre stelle d’oro da alcuni accostato all’arme di Monsignor Minucci, arcivescovo di Firenze. Anche degli smalti del calice a destra rimangono poche tracce, ma sono ancora distinguibili le decorazioni dei tondi del nodo: Cristo crocifisso tra la Vergine e San Giovanni evangelista, San Piero martire, Santa Barbara e San Martino.
La coppetta, probabilmente destinata all’assaggio del vino durante il pontificale, presenta un punzone raffigurante due teste di moro, simbolo dell’argentiere veneziano Antonio Moretti de Amicis. Quasi certamente anche in questo caso si tratta di un dono della famiglia Acciaiuoli alla chiesa di Montegufoni.
Il dipinto, che reca su di sè i segni di un´antica decurtazione, probabilmente doveva far parte di un insieme più ampio. L’ecletticità dell’autore si rivela in molti particolari: mentre la raffinata eleganza dei tessuti appartiene ancora al gusto gotico, l´impostazione del gruppo sacro e l´abbandono del fondo oro, già presuppongono una nuova tendenza.
È dominante un senso di naturalezza nella realizzazione delle figure, che rimanda all’esempio della rivoluzione figurativa giottesca, dove i volti sono ispirati a vere fisionomie e i corpi assumono una volumetria sempre più consistente. La tavola ha subìto varie vicissitudini, dall’evidente taglio lungo i margini superiori, alla grave frattura in due parti del supporto, verificatasi durante il furto del 1985, concluso con il ritrovamento e il successivo restauro.
Questa pala d'altare è caratterizzata da colori accesi, il cui effetto era rafforzato dall’oro del fondo, in gran parte perduto. San Giuliano, vestito in abiti quattrocenteschi secondo l’uso rinascimentale di attualizzare l’aspetto delle figure sacre, fu oggetto nel ´700 di una pesante ridipintura, che lo trasformò in san Michele, forse per meglio integrare la tavola nella chiesa di San Michele a Mogliano. Sant´Antonio Abate, a sinistra, è riconoscibile anche per il porco ai suo fianco.
Questo trittico reca la preziosa documentazione della data e del nome del committente: nel 1400 Bicci d’Andrea pagò l’opera per la chiesa di San Giusto a Montalbino. Ai lati della Madonna che allatta il Bambino sono Santa Lucia e San Giusto vescovo. Nelle tre formelle delle cuspidi sono l´angelo annunciante, il Cristo benedicente e la Vergine annunziata; nella predella Sant´Antonio Abate, San Lorenzo, Cristo in pietà, un santo vescovo e Santa Caterina.
Il punzone MA rappresenta il nesso tra le iniziali degli autori, divenuti compagni di bottega alla morte del loro maestro, dell’opera commissionata, come si legge nella cartella della valva fissa: ANTONS.FRAN.MONALDIUS P.L.F.R.C. La data di morte del pievano Montali permette di porre la datazione ante quem.
La mancanza di ornamenti nel corpo del manufatto in un´epoca contraddistinta dall´esuberanza del manierismo, è dettata dalla volontà da parte della Chiesa di preservare i vasi sacri dagli ornati pagani che proliferavano nella pittura, nella scultura e negli arredi lignei.
Questo splendido reliquiario con struttura a tempietto a pianta circolare , è sormontato da una cupoletta detta "a squame", al di sotto della quale è la teca circolare che contiene le reliquie appartenenti ai santi Jacopo, Andrea, Pietro e Paolo.
L’immagine di San Girolamo nel deserto, particolarmente diffusa in Toscana all’inizio del ‘500, era tra le più amate da coloro che erano attratti dai soggetti penitenziali. Il santo appare in ginocchio in una grotta di fronte ad un crocifisso; a terra è posto il cappello cardinalizio, mentre il leone attende di farsi estrarre la spina dalla zampa.
La scritta abbreviata sul coperchio, O S, indica che il vasetto è un contenitore per l’olio santo. Il grande stemma che lo decora è quello della famiglia degli Acciaioli, antico casato fiorentino cui appartenne il cardinale Niccolò Acciaioli, che sul finire del Seicento fece sosta al castello di Montegufoni durante un viaggio, lasciando in dono due vasetti d’argento con il proprio stemma, uno dei quali è questo.
La tavola mostra uno stile alquanto singolare, estrosa e raffinata, come dimostra il dominio assoluto del rosso e dei toni scuri oltre alla resa sofisticata di alcuni dettagli, primo fra tutti l’elmo del san Giorgio, a sinistra, ispirato ad uno dei preziosi e talora stravaganti elmi da parata indossati in occasione di giostre e tornei.
La provenienza dalla chiesa è confermata dalla presenza nella tavola del santo dedicatario, il vescovo Martino di Tours. Nella composizione tradizionale spiccano elementi particolari come il pregiato tendaggio, il pavimento prospettico in cotto e soprattutto il suggestivo profilo del committente, ritratto nella sua marcata e espressiva fisionomia, che permette di ritenere che si trattasse di un ritratto forse di un Guicciardini.
La tavola riassume elementi del primo e del secondo Rinascimento. In linea con i nuovi canoni compositivi del '500, la Madonna appare sollevata da terra a ribadire la sua divinità e i Santi sono riconoscibili dai tradizionali attributi iconografici; il committente costituisce un vero e proprio ritratto, sottolineato dalla precisione dell’acconciatura, dal profilo realistico e dall'anello.
Le scritte del dipinto sono una preziosa testimonianza della sua storia, poiché contengono il nome del committente, Simone di Niccolò da Quarantola, che fece realizzare l’opera per la chiesa di San Michele a Quarantola e che volle essere ritratto personalmente in preghiera ai piedi della Vergine.
Il trittico è riconducibile per motivi stilistici alla bottega di Bicci di Lorenzo, capostipite di una dinastia di pittori affermatasi per almeno tre generazioni sulla scena artistica.