Questa piccola scultura, che in origine aveva la funzione di reliquiario, come testimonia la teca ovale visibile sulla base è stata ridorata di recente. Si caratterizza soprattutto nel corpo della Madonna per un andamento sinuoso e aggraziato; tenero e scherzoso appare anche il Bambino, il cui scatto della testa rimette in equilibrio la composizione.
Probabilmente commissionato dalla compagnia della Cintola per l’altare della beata Giulia nella chiesa dei Santi Jacopo e Filippo, il dipinto, dalla rara iconografia, raffigura la Vergine di Loreto, seduta sulla santa casa sostenuta da angioletti in volo, che presenta il Bambino ai santi agostiniani Agostino e Monica. Inginocchiati compaiono san Nicola da Tolentino, con lo sguardo rivolto verso la Vergine, e le elegantissime Sante Orsola e Caterina d’Alessandria.
La tela reca sul retro la firma del suo autore e la data di esecuzione. Il riferimento al committente, la compagnia del Santissimo Rosario, è esplicito nell’iconografia: la Madonna col Bambino offre il rosario a un timido san Domenico e due angioletti sorreggono una ghirlanda fatta di quindici grani, in allusione ai misteri del rosario. Nonostante le forme dolci e variate dei volti e l’anatomia sicura dei personaggi, la gamma cromatica prevalentemente fredda rende la scena solenne e compassata.
La scultura rappresenta un santo agostiniano che indossa l’abito nero dell’ordine con cappuccio. L’iconografia lo rappresenta con in mano il Santissimo Sacramento, per ricordare la sua straordinaria devozione verso l’Eucarestia. La statua a grandezza naturale sorprende per la vivacità dei gesti e dello sguardo estatico, dal tono decisamente controriformato.
Assai evoluta e complessa, tanto nella tecnica che nell´iconografia, questa splendida croce, ottimamente conservata, con tutti i terminali intatti, può essere ammirata da entrambi i lati. Affine a un altro esemplare proveniente dalla chiesa di San Jacopo a Mucciana e oggi conservato nel Museo d´Arte Sacra di San Casciano in Val di Pesa, essa spetta certamente a una produzione artigianale palesemente influenzata dai più diffusi modelli figurativi fiorentini.
Nel recto di questa croce compare l’immagine del Cristo crocifisso, dal corpo macilento, da cui affiorano le esili ossa. In linea con la grande diffusione dei crocifissi dolorosi avvenuta durante il XIV e XV secolo, per commuovere e ricordare ai fedeli il sacrificio del Figlio di Dio sulla terra, questo esemplare mostra anche un compiaciuto gusto decorativo sul fondo della croce tanto nel recto che nel verso.
Del tipo detto a edicola, questo ostensorio poggia su un piede rialzato di forma triangolare ed ha un collo bombato con decorazioni a treccia e a baccellature lisce. Il fusto reca incastonate sei mandorle di smalto blu con al suo interno un fiore stilizzato. L’edicoletta esagonale in alto presenta delle finestre terminanti con graziosi archetti trilobati. Chiude la composizione una doppia cupoletta con una croce alla sommità.
Fu realizzato nel 1496 come calice per essere donato alla pieve di San Lazzaro a Lucardo e poi trasformato in pisside nel corso del Settecento. La coppa, il coperchio e le sei vistose placchette nel nodo riempite di pasta vitrea azzurra, risalgono a quest’ultimo intervento. La base ed il fusto, le parti più antiche, con le loro forme armoniche ed eleganti ben esprimono il gusto rinascimentale fiorentino.
Concepita per essere veduta da entrambe le parti, la croce mostra nel recto l’immagine arcaica del Christus Triumphans e all’estremità le figure incise della Madonna, di San Giovanni Evangelista, di un angelo e del Cristo nel sepolcro. Nel verso si profilano al centro la figura del Cristo morto e nei terminali i simboli dei quattro evangelisti. L’attribuzione alla bottega di Ruggero di Helmershausen è dovuta all’anatomia elementare e monumentale e alla fissità ieratica del Cristo.
Il turibolo poggia su un piccolo piede cilindrico. La coppa è decorata con i quattro simboli stilizzati degli evangelisti: il toro (san Luca), l’aquila (san Giovanni), il leone (san Marco), l’angelo (san Matteo). Nel coperchio si affacciano a mezzo busto, entro degli archetti, le immagini del Cristo benedicente, della Madonna, di San Paolo e di san Pietro.
Questo polittico appartiene a uno dei pittori più importanti operanti a Firenze nella metà del Trecento, Puccio di Simone, annoverato in un documento tra «li migliori maestri di dipingere che siano in Firenze». Nei cinque pannelli cuspidati sono rappresentati: al centro, la Vergine con il Bambino con ai lati santa Lucia e Santa Caterina d´Alessandria; negli scomparti laterali sono Sant´Antonio Abate, San Nicola di Bari, San Giovanni Battista e San Francesco.
La forma rettangolare del dipinto, da cui fuoriesce l´aureola decorata a rilievo, è occupata interamente dalla Madonna seduta su un trono ligneo e coperta da un manto blu decorato con tre stelle, simbolo del mistero della verginità di Maria; tra le braccia è il Bambino benedicente. Le immagini dei santi Lorenzo e Margherita, costituiscono uno dei primi esempi di sostituzione dei tradizionali angeli che affiancano la Vergine. I colori sono caldi e intensi, la linea è sciolta e precisa.
Con la sua monumentalità e ricchezza cromatica, il dipinto è testimonianza dell´attività di Meliore. La Vergine siede su un trono ricoperto da stoffe pregiate e imbottito da cuscini colorati; è coperta da un manto blu scuro percorso da ageminature dorate. Oltre all´aureola la Madonna reca sul capo una corona decorata ad imitazione di pietre preziose; il Bambino ha in mano un rotolo, simbolo della sapienza divina. Alle loro spalle emerge una coppia di angeli alati.
Dentro un trono marmoreo chiuso da una misurata nicchia è dipinto un affettuoso gruppo divino. Ai lati san Francesco e sant’Antonio Abate, mentre in basso si profila l’immagine a mezzo busto del committente Bartolomeo Dainelli, stando alla ricostruzione del patronato dell’altare della Vergine Maria nella chiesa di Santa Maria a Bagnano. Si apprezzano in particolare i morbidi e modulati passaggi di colore, le forme dolci e delicate soprattutto nei volti della Madonna e del Bambino.
L’insolita iconografia presenta nella parte superiore due vegliardi e una donna, che stanno per circoncidere il Bambino, ed il committente che, fiero, guarda verso l’osservatore. Nella parte inferiore sono la Vergine e san Giuseppe genuflessi in adorazione del Figlio. La tavola si caratterizza per i colori accesi dalle note squillanti. Fu eseguito come ex devotione di Giovanni Battista Capponi, probabilmente per conto di Neri di Piero Capponi alla fine del ´500.
L´affresco raffigura, entro un´esile e slanciata architettura, l´immagine quasi diafana della Vergine mentre allatta un vivace Bambino. Esso faceva parte, insieme alla raffigurazione di San Martino e Santa Caterina, di un unica opera staccata dalla Chiesa di San Martino nel 1963 in occasione di una mostra in Valdelsa.
In questo grazioso trittico, entro archi a pieno centro, si profila la Madonna mentre scambia teneri gesti di affetto con il Figlio; ai lati San Pietro, con il libro e le chiavi in mano, e San Romolo, uno dei primi evangelizzatori della Toscana, qui rappresentato in abiti vescovili. Nei pinnacoli sono raffigurati a mezzobusto San Francesco, Cristo benedicente e Santa Lucia.
La tavola cuspidata raffigura una contrita immagine di Crocifissione: in primo piano la Vergine e san Giovanni Evangelista e in secondo piano santa Caterina d’Alessandria e un giovane santo con una croce in mano, forse san Miniato. Quest’ultima identificazione sembrerebbe avallata dalla probabile venerazione di questo santo nel territorio di Certaldo. Diversi e noti sono i simboli iconografici nella tavola: il teschio ai piedi della croce, il sole e la luna, il pellicano che si strazia il petto.
La tavola era la parte centrale di un polittico che aveva come laterali i santi Martino e Antonio Abate. Lippo d´Andrea, pittore del Gotico estremo, affescò la tavoletta con toni prevalentemente caldi e tenui, che contribuiscono ad ingentilire maggiormente le pose già contenute ed eleganti del gruppo divino. I tratti dei volti di entrambi i personaggi evocano chiaramente quelli di Masolino.
Il tessuto impiegato in questa brandellina è di produzione fiorentina, poichè risulta attestato in molte chiesa della città e della provincia. Presenta un disegno a infiorescenze stilizzate in un reticolato di grandi foglie polilobate. L´emblema ovale al centro, sul quale è stata dipinta la Madonna del Rosario, permette di ritenere che appartenesse ad una Confraternita.
Questa meravigliosa pianeta dal fondo color avorio si caratterizza per i variopinti ricami realizzati con la non comune tecnica del punto floscio. Entro esili motivi vegetali sono ambientati graziosi volatili tra cui il pavone di chiaro e esplicito richiamo orientale. Nel 1929 fu sottoposto a un intervento di “restauro” dalle monache fiorentine di Borgo Ognissanti, che con cura, seguendo una pratica assai diffusa in ambito liturgico, riportarono i ricami sul fondo attuale.
Ricamato in seta, oro e argento su fondo rosso, questo velo da calice presenta al centro il simbolo bernardiniano e ai quattro angoli dei tralci vegetali che si irradiano verso il centro, entro i quali si riconoscono narcisi, peonie, rose e garofani. Il raffinato manufatto, probabilmente uscito dalle pazienti mani di un ambiente monastico, sembra risalire al secondo quarto del XVIII secolo.
Vero e proprio unicuum nel panorama della scultura, questa immagine del Christus Triumphans, sembra guardare con gli occhi spalancati all ’incorruttibile essenza della natura umana. Di grandi dimensioni, per quanto segato alle estremità, essa veniva descritta come sostegno del tetto della chiesa di Petrognano, quasi come un telamone. In un perfetto sodalizio tra pittura e scultura, la statua del Cristo è appoggiata su una croce da cui affiora una preziosa decorazione pittorica.
I due affreschi furono staccati nel 1963.
L’iscrizione presente potrebbe indicare il committente che richiese l’affresco per raccomandare la propria anima, pratica assai diffusa durante tutto il Medioevo. Il pittore dà qui prova di un facile gusto decorativo nell’architettura fiorita che inquadra i vari personaggi e nella descrizione delle loro raffinate e preziose vesti. Prolifico quanto provinciale, Cenni di Francesco supera solo raramente i livelli di convenzionale e scontato narratore.
San Nicola è identificabile dal sole raggiato a rilievo posto sul petto e dalle stelle in oro sparse sulla tonaca dell’ordine agostiniano, nella mano aperta il santo doveva reggere il giglio. Questa statua riprodotta a grandezza naturale sorprende per la vivacità dei gesti e dello sguardo estatico.
La lampada, come riportano le iscrizioni, fu donata nel 1763 ed è dedicata al santo agostiniano Nicola Da Tolentino, al cui ordine apparteneva la Chiesa da cui proviene la lampada. L´attribuzione alla bottega fiorentina della spada è stata possibile grazie alle impressioni presenti su due dei punzoni della lampada.
Aperto alla pagina del frontespizio, questo splendido messale fu stampato a Firenze da Aloysii Niccolai nel 1862 e rilegato nella legatoria fiorentina di Gaetano Tartagli, come informa un cartellino attaccato all’interno. Il messale contiene sette incisioni tutte di autori diversi raffiguranti l’Annunciazione, la Natività, l’Adorazione dei Magi, la Crocifissione, l’Ascensione e l’Immacolata. I colori accesi e squillanti fanno risaltare ancora di più la fantasiosa architettura.
Fu Domenico Conti, frate agostiniano del convento di Santo Spirito di Firenze, a richiedere questo reliquiario della patrona di Certaldo. Questo busto, con la reliquia al centro della base, colpisce per la grande caratterizzazione del volto della beata, tanto da far pensare che l’orafo si sia affidato a un modello preciso o a un’antica immagine. La corona dorata e tempestata di false pioetre preziose è un´aggiunta successiva.